Serve la partita IVA per fare il co-host su Airbnb?
Se fai il co-host come lavoro, per più annunci o in modo ripetuto, sì: è un'attività d'impresa anche se Airbnb ti paga direttamente una quota delle prenotazioni. Senza partita IVA resta solo l'aiuto davvero occasionale. Non esiste una franchigia di 5.000 euro: quella cifra riguarda solo i contributi INPS sul lavoro occasionale.
Le regole su questo tema stanno cambiando: verifica sempre con il tuo Comune, la Regione o un commercialista prima di agire.
La regola generale vale anche per il co-host: chi gestisce con continuità le case di altri fa un’attività d’impresa (ne parliamo nella pagina sulla partita IVA del property manager). Questa pagina affronta i dubbi tipici del co-host: il fatto che paghi Airbnb, l’aiuto all’amico o al parente e il presunto limite dei 5.000 euro.
Se mi paga Airbnb, cambia qualcosa?
No. Airbnb permette al titolare dell’annuncio di girare al co-host una parte di ogni prenotazione: una percentuale, un importo fisso o la tariffa di pulizia. È solo un modo di pagamento. Fiscalmente quei soldi sono il compenso per il tuo servizio al proprietario, come se te li bonificasse lui.
Il Centro assistenza di Airbnb indica che il titolare riceve la documentazione fiscale sull’intero importo della prenotazione e il co-host una documentazione per le somme che riceve. È prudente considerare che le piattaforme trasmettono questi dati alle autorità fiscali. Come vadano coordinate esattamente le quote girate dalla piattaforma con la dichiarazione del proprietario e con la ritenuta del 21% non è ancora chiarito in modo ufficiale: per questo la pagina è da verificare.
Posso aiutare un amico o un parente senza partita IVA?
Sì, se l’aiuto è davvero occasionale: per esempio segui per una stagione la casa di tua sorella, senza altri clienti e senza un’organizzazione stabile. Se ricevi un compenso, lo dichiari come reddito da lavoro autonomo occasionale.
Diventa invece abituale, e serve la partita IVA, quando:
- segui più annunci o più proprietari;
- lo fai stagione dopo stagione;
- ti proponi come co-host, per esempio nella Rete di co-host di Airbnb o con annunci tuoi;
- hai collaboratori, strumenti o un’organizzazione dedicata.
E i famosi 5.000 euro?
È un equivoco molto diffuso. La soglia di 5.000 euro l’anno (art. 44 del decreto-legge 269/2003) indica solo da quando chi fa lavoro autonomo occasionale deve pagare i contributi alla gestione separata INPS, sulla parte che supera la cifra. Non è un limite sotto il quale si può lavorare senza partita IVA: un’attività abituale richiede la partita IVA anche se incassi 1.000 euro.
Un esempio
Andrea aiuta lo zio con il suo trilocale a Rimini per l’estate e riceve tramite Airbnb il 15% delle prenotazioni: 1.800 euro in tutto. È un aiuto occasionale e lo dichiara come tale. L’anno dopo gli affidano altre tre case e si iscrive alla Rete di co-host: ora l’attività è abituale. Apre la partita IVA con codice 68.32.01, fattura le sue quote ai proprietari e chiede al commercialista come coordinare le fatture con i pagamenti di Airbnb.
In pratica
- Il pagamento tramite Airbnb non ti esonera dalla partita IVA.
- Aiuto occasionale a un parente: dichiara il compenso come reddito occasionale.
- Più annunci, più stagioni o una proposta al pubblico: apri la partita IVA.
- I 5.000 euro riguardano solo i contributi INPS, non la partita IVA.
- Conserva i resoconti dei pagamenti ricevuti da Airbnb.
- Concorda con il proprietario, per iscritto, compenso e fatturazione.
